Autonomia e indipendenza, anche in cucina!

Sulle ali di questo vento di libertà che soffia sull’Europa -dai referendum della Catalogna a quelli della Padania- dobbiamo epurare le nostre tavole, liberandole dalle orribili contaminazioni culinarie frutto dell’incontro con i popoli sottosviluppati!

Per riscoprire insieme, con rinnovato orgoglio, la purezza della nostra cucina… 😉

 

La ricetta dell’infelicità

Oggi vesto i panni dello Chef per presentarvi una ricetta molto particolare, una ricetta che non troverete mai in nessun programma di cucina in tv: la ricetta dell’infelicità!

Quanta acqua si nasconde nei nostri cibi?

Ecco il video del mio secondo intervento a TV2000 all’interno del programma Beati Voi – Laudato si’, condotto da Alessandro Sortino e ispirato all’Enciclica ecologista di papa Francesco.

E’ una performance pensata per fare riflettere sul quantitativo di acqua necessario per produrre i vari alimenti che compongono la nostra tavola.

 

 

Expo della dignità, contro la fame e ogni sfruttamento

“Ci sono dentro un sacco di idee. Riflessioni. Progetti concreti e prospettive alt(r)e.
Si parla di dignità e beni comuni. Sostenibilità e cibo. Energia e cultura. Legalità.
Temi che non sono proprio di moda, in questo Paese strampalato…”

E’ con queste parole che l’amico Marco Boschini presenta questo nuovo libro, al quale ho contribuito con un mio scritto sul rapporto con il tempo.

copertina-expo“Expo della dignità” è un manuale d’azione per cambiare il pianeta, scritto proiettandosi oltre Expo e realizzato grazie ad un progetto di Crowd Funding.

Nel libro sono raccolti una serie di contributi di qualità, ognuno dei quali costituisce un invito all’azione, che sia singola, collettiva, nelle istituzioni o nella società civile.

La dignità di tutti passa, in primo luogo, dalla lotta alla fame, da affrontare secondo molteplici angolature. Ci guideranno in questa prima tappa Davide Mattiello (deputato) e Marzo Omizzolo (sociologo), i quali disegnano un quadro desolante dello sfruttamento e del caporalato in Italia, Francesco Vignarca (Rete Disarmo), con un contributo sulla pace e sulle ragioni dei conflitti, Roberto Barbieri (OXFAM), che ragiona con noi sul rapporto tra disuguaglianza e accesso alla terra, Riccardo Finelli (giornalista), in viaggio tra le tante terre di mezzo della penisola, Gianni Principe (economista), il quale ha elaborato una proposta per l’introduzione rapida del reddito minimo garantito e, infine, Stefano Catone, in un dialogo con i volontari delle associazioni che si occupano di recupero alimentare.

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L’unica, originale, piadina romagnola!!! O per caso era un kebab?!?

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La piadina per noi romagnoli è quasi un simbolo. Oltre che una sana abitudine.

 

piadina.jpgDel resto, penso che nessuno in Italia avrebbe dubbi nell’identificare proprio in Romagna la zona d’origine della piadina, che i più pignoli indicano nell’Appennino tra Forlì, Cesena e Rimini, pur essendo molto diffusa anche nel ravennate e nel resto della Romagna, fino a sconfinare nel Montefeltro, nella provincia di Pesaro e Urbino e nella Repubblica di San Marino.

 

Eppure lo studio dell’etimologia del termine può riservarci simpatiche sorprese:

i più riconducono il termine piada (in dialetto piê, pièda, pìda) al greco πλακούς, focaccia. Originariamente, in effetti, è una schiacciata lievitata e ben condita cotta nel forno: come tale è citata nel 1371 nella Descriptio Romandiole.

In seguito (dal Cinquecento all’Ottocento), mentre assume la forma attuale, altro non è che un surrogato del pane confezionato con ingredienti per lo più vili e impanificabili (spelta, fava, ghianda, crusca, sarmenti, mais, ecc.).

La piadina di farina di grano è relativamente recente, così come le sue varianti ricche: la piadina unta, quella sfogliata e quella fritta.

 

Kebab.jpgAltri tuttavia hanno messo in evidenza la somiglianza con i termini utilizzati in altre lingue per indicare piatti simili, nell’ambito di tutti i paesi che ruotavano nell’orbita dell’Impero Romano d’Oriente (tra i quali anche la Romagna, ovviamente).

È facile pensare, nel caso della piadina, al pane in uso presso l’esercito bizantino, di stanza per secoli in Romagna, nel nord delle Marche e nella valle umbra attraversata dalla via Flaminia.

 

Basti pensare all’ebraico פת (pat), che significa “pagnotta” o “pezzetto”, o ancor più al termine “pita” (come פיתא), che esiste ancora nell’aramaico del Talmud babilonese ed indica il pane in generale.

 

E guarda caso è proprio il termine usato ancora oggi in diversi paesi per indicare il pane del kebab!

 

Se vuoi continuare questo viaggio dentro al cibo e approfondire il tema dell’incontro con altre culture attraverso di esso, puoi leggere questo post che scrissi qualche tempo fa.

Un piccolo gesto, mille benefici!

Che mondo strano.

 

Da una parte 900 milioni di persone soffrono la fame e 11 milioni di bambini muoiono ogni anno per cause che si potrebbero facilmente prevenire (basterebbe molto spesso l’accesso all’acqua potabile).

 

statua-obesa.jpgDall’altra parte le cose non vanno affatto meglio, poiché sono 1 miliardo e 142 milioni  le persone in sovrappeso e più di 29 milioni quelle che ogni anno muoiono per eccesso di cibo (17,5 milioni per patologie cardiovascolari, 9 per patologie tumorali, 3,8 per diabete…).

 

Possibile che non si possa fare qualcosa per riequilibrare questi divari così assurdi, nell’interesse di tutti?

 

Vorrei provare a suggerire una semplice proposta, che parte da una riflessione sul consumo di carne, inquadrandolo consapevolmente nello scenario internazionale.

 

Per produrre 1 kg di carne occorrono 16 kg di cereali, come nutrimento per gli animali.

E il numero di animali allevati ogni anno per produrre carne non è davvero trascurabile: 1.300.000.000 bovini, 1.000.000.000 suini, 1.700.000.000 fra ovini e caprini e addirittura  12.000.000.000 di avicoli!!!

 

Il risultato è che 2/3 delle terre fertili del pianeta sono usate per coltivare cereali e legumi per gli animali che saranno poi macellati.

 

mega_hamburger.jpgE’ stato calcolato che per l’alimentazione dei soli ruminanti del pianeta si utilizzano cereali che sfamerebbero 9 miliardi di persone!!!

 

Quindi le produzioni attuali di cereali sarebbero già più che sufficienti a sfamare tutti: basterebbe ridistribuire la risorse e diminuire il consumo di carne dei paesi ricchi.

Se solo si diminuisse la produzione di carne quanto più cibo ci sarebbe per i più poveri? Quanta più acqua? E quante meno malattie legate al consumo eccessivo che noi spesso ne facciamo?

 

Paiono averlo capito in molti, a giudicare dal fatto che i vegetariani in Italia sono raddoppiati in soli 7 anni, passando da 3 a 6 milioni, e arrivando a superare così il 10% della popolazione del nostro paese.

 

Tuttavia, senza bisogno di arrivare ad una scelta così radicale, per cui io sinceramente non mi sento pronto, credo che potremmo fare tutti la nostra parte anche in un modo molto più semplice.

 

Voglio pertanto rilanciare la proposta di assoluto buonsenso avanzata qualche tempo fa da Rajendra Pachauri, delle Nazioni Unite: rinunciare alla bistecca una volta alla settimana!

 

Si tratta in fin dei conti di un piccolo gesto, ma che porterebbe grandi vantaggi anzitutto per la nostra salute, oltre che per l’ambiente e per i nostri fratelli più poveri.

 

Mi rivolgo a tutti voi, cari lettori del blog: vogliamo provarci insieme? Scrivetemi le vostre impressioni se già ci siete riusciti, o i vostri dubbi se intendete provare insieme a me…

 

Vi lascio con una poesia che scrissi qualche anno fa, dopo aver visitato un macello, terrificante! Fa parte della raccolta “Parole/Cuore cosciente” scritta insieme all’amico Arnaldo De Vidi.

“Ma parla come mangi…”

cucina_italiana.jpgAh, la cucina italiana!

Tutto il mondo ce la invidia…

 

Eppure a volte ci si dimentica di quanto sia grande l’apporto che abbiamo ricevuto nel corso della storia proprio dall’incontro con le altre culture, in una feconda contaminazione reciproca.

 

 

Parafrasando il famoso testo con il quale il grande antropologo Ralph Linton (nel 1936!) introduceva ai suoi studenti la prima lezione di antropologia culturale, potremmo immaginare una storia di questo tipo: 

 

“Un abitante qualsiasi di una città qualsiasi del nord Italia si alza la mattina e si siede a tavola per la colazione; beve una tazza di caffè, originario della penisola arabica, o una tazza di tè, bevanda indiana, addolcite con un cucchiaio di zucchero, raffinato per la prima volta in India.

Mangia una fetta di pane, importato nell’Italia pre-latina dai Greci, con una marmellata di albicocche (di origini cinesi).

Se si comporta da salutista, prende anche uno yogurth, il vitto dei poveri in Turchia, e una spremuta di arancia, frutto proveniente dall’Oriente tramite gli arabi.

A pranzo si mangia un bel piatto di risotto alla milanese: sia il riso che lo zafferano arrivano dall’Oriente. Di secondo una cotoletta alla milanese guarnita con patate arrosto, giunte dall’America, o spinaci, originari del Nepal.

A cena ovviamente polenta (il mais arriva sempre dall’America), magari con il tacchino ripieno alla milanese (altro animale americano) o la mitica Cassoeula  (il maiale venne addomesticato per la prima volta in Cina, circa diecimila anni fa).

Prima di andare a letto si beve un grappino (i distillati giunsero in Europa tramite i farmacisti arabi) e, pensando con orrore a quanto gli immigrati possano inquinare la sua cultura, ringrazia una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento padano.”

 

Il che vale, sia ben inteso, anche per la cucina di qualsiasi altra regione italiana…

 

E lo stesso vale anche per molti altri ambiti, fra i quali, in maniera davvero significativa, anche la lingua.

 

Sono moltissime infatti le parole che noi usiamo quotidianamente che ci vengono dall’incontro con altre culture; molte sono di origine araba oppure provengono dai cosiddetti popoli “barbari”…

Dall’arabo:
Ammiraglio (amìr al-bahr, comandante del mare), darsena (dar as-sina, fabbrica), monsone (mawsim, stagione), arrivano dal mare, portate dalle incursioni dei saraceni e dei turchi.

Al debito culturale in campo agricolo ed idraulico sono invece collegabili: il carciofo (khurshùf), la melanzana (badingiàn), l’albicocca (al-bar-qùq), lo zucchero (sukkar), il limone (dal persiano limùn), l’arancia (pers. narang), il riso (ruzz), il latte cagliato (in turco yogurt), lo zafferano (za’faràn), il candito (qandi), il cotone (qutun), il caffè (dal turco qahvè), la caraffa (qaràba), la tazza (tasa), la giara (giarra).

In ambito scientifico: almanacco (al-manah, calendario), algoritmo (al-khwarizmi); alchimia (al-kimya), alcool (al-kohl, spirito), alcali (alqali, sostanza basica), alambicco (al-inbìq), elisir (al-ik-sìr, pietra filosofale).

Nel settore tessile: ricamo (raqm, disegno), scialle (dal persiano shal); o altri termini ancora come taccuino (taqwìm, corretta disposizione), o caracca (haraqa, nave incendiaria) o zibibbo (zabìb).

E ancora: materasso (matrah), divano (divan), ragazzo (raqas), sandalo (sandal), tamburo (tanbur), gazzella (gazala), giraffa (zarafa), gelsomino (yasamin).

Dal gotico:
Bega (baga), bandiera (bandwa), fiasco (flasko), guardare (garedan), albergo (haribairg), elmo (hilms), nastro (nastilo), rubare (raubon), recare (rikan), stalla (stalla), stanga (stanga), stecca (stika).

Dal longobardo
Anca (anka), boa (bouga), federa (federa), palla (palla), scaffale (skaf), spaccare (spakkan), staffa (staffa), sterzo (sterz), strofinare (straufinan),guancia (wankja), guarire (warian), zanna (zann).

Dal franco
Banco (bank), dardo (darod), feudo (fehu), omaggio (hommage), roba (rauba), sala (sal), schernire (skernjan), scherzo (skerzon), snello (snel), tregua (treuwa), galoppare (klaupan).

 

Insomma è davvero il caso di dire: “Ma parla come mangi!”